Ricerca in sviluppo
Il dialogo tra pubblico e privato potrebbe dare ossigeno alle università, messe alle strette dai tagli, e ottimizzare gli investimenti in R&D aziendale. Ma la collaborazione stenta a decollare

Sull’inadeguatezza degli investimenti in R&S nel nostro Paese si sono già versati fiumi d’inchiostro. Meno si parla di come far fruttare al meglio questa pur risibile percentuale: appena l’1,1% sul Pil, contro il 4% della Svezia. Che al momento risulta, per l’appunto, mal impiegata. La maggior parte delle piccole e medie imprese - il cuore pulsante dell’economia nazionale - preferisce infatti destinare le sue risorse a un’innovazione fatta “in casa” ed esternalizza pochissimo, vuoi per carenza di fondi, vuoi per amor di riservatezza. Sfornando così un’innovazione di corto respiro, perché prodotta in laboratori “casalinghi”, neanche lontanamente paragonabili a quelli delle grandi multinazionali o dei centri di ricerca pubblici.
“Se le imprese non dedicano adeguate risorse alla ricerca - è l’opinione di Francesco Daveri, ordinario di politica economica all’Università di Parma, espressa durante il Convegno nazionale “Ricerca, innovazione tecnologica e rapporto università e imprese”, tenutosi lo scorso ottobre a Torino -, è difficile che un sistema economico sia molto innovativo. Alla lunga, anche la scelta di non collaborare con il pubblico per esternalizzare la ricerca si traduce in un freno per lo sviluppo”.
Di Emanuela Taverna
Versione integrale su Food 11 - Novembre 2008
