Cover Story

Fondi chiusi, sfida aperta

Nell’alimentare, molte società d’investimento vanno appuntando l’attenzione sulla possibilità di aggregare imprese affini in poli di grandi dimensioni, meglio corazzati per affrontare l’export. Ecco i trend emersi negli ultimi tre anni illustrati a Food da Roberto Del Giudice, responsabile di Private equity monitor

Fondi chiusi, sfida aperta

La frammentazione delle imprese nel settore del food & beverage non è necessariamente un limite. Anzi, l’opportunità di costruire poli produttivi in grado di sviluppare una forte politica di marca e di penetrare i mercati esteri con una massa critica adeguata potrebbe rappresentare la via italiana al private equity. è questa la visione di Roberto Del Giudice, responsabile di Private equity monitor, l’osservatorio permanente che ha sede presso la Libera Università Carlo Cattaneo di Castellanza (Va) e custodisce la banca dati delle operazioni di private equity avvenute dal 1998 a oggi.

“La nostra intenzione - spiega Del Giudice - era quella di creare uno strumento per chi vuole conoscere le dinamiche del private equity in Italia. La banca dati è utile per gli addetti ai lavori, come consulenti o banche, che vogliano ricostruire i dati delle operazioni, ma soprattutto per quegli imprenditori che vogliono individuare il fondo più adatto alle loro esigenze”. Un importante punto di partenza, dunque, per capire i legami tra agroalimentare e fondi chiusi d’investimento. “Negli ultimi anni - spiega Del Giudice - il private equity sta spostando sempre più l’attenzione verso settori con marchi forti e riconoscibili. Una situazione che, nel food, si può incontrare più facilmente che in altri settori, in quanto la reputazione del made in Italy è piuttosto accreditata a livello internazionale”.

Di Emanuela Taverna
Versione integrale su Food 4 - Aprile 2008