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Alimentare? Sì, no, forse

C’è interesse, ma ci sono anche tanti nodi da sciogliere per il private equity, che nel 2008 avrà gioco solo per le operazioni di minore rilevanza

Alimentare? Sì, no, forse

Quante sono le ragazze da marito al gran ballo delle debuttanti? E come sono: belle e attraenti o hanno qualche difetto da nascondere? I cadetti invitati alla festa, saranno ben disposti al corteggiamento?

Al gran ballo dell’alimentare fanciulle-aziende e cadetti-investitori si sbirciano vicendevolmente: ma gli approcci non sono poi molti, e i fidanzamenti sono passati dai 18 del 2005 agli 11 del 2007. Crisi di unioni? Food ne ha parlato con alcuni fondi di private equity, scegliendoli tra coloro che hanno portato a termine operazioni di spicco nell’agroalimentare. La crisi di liquidità che attanaglia l’economia finanziaria, originata dai crescenti problemi immobiliari americani (mutui subprime e derivati connessi), ha messo in affanno molte banche. Tra le conseguenze più nefaste di questa situazione c’è il blocco dei grandi flussi finanziari, che penalizza non poco il private equity. “Il capitale di debito europeo fornito per le operazioni di buyout nei primi due mesi del 2008 - spiega Marco Mantica, partner del fondo Vestar in Italia - è sceso a 3 miliardi di euro dai 29 dell’anno precedente.

Il mercato è chiaramente congelato”. Senza provvista bancaria, i fondi non riescono a chiudere acquisizioni, e le grandi operazioni non sono possibili. Eppure - paradossi della finanza - mai come in questo momento il private equity avrebbe possibilità di muoversi. Nel 2007, riporta The Wall Street Journal, negli Stati Uniti sono stati raccolti nuovi fondi per 300 miliardi di dollari (200 miliardi di euro circa). Una cifra record, mai raggiunta prima nel settore.

Di Alfredo Faieta
Versione integrale su Food 4 - Aprile 2008