Hot line

Parla Gigi Piumatti, responsabile settore vino di Slow Food

Per mantenere alta l’immagine dei vini italiani, non si possono cambiare le regole ed eliminare le specificità delle nostre produzioni a favore del gusto ”globale“

Parla Gigi Piumatti, responsabile settore vino di Slow Food

Come vede la querelle del brunello?

L’uso del vitigno “migliorativo” è giustificato dai produttori proprio per venire incontro ai gusti dei consumatori internazionali...

Bisogna vedere quali interessi sottostanno realmente a queste operazioni. Ci sono tanti produttori, anche di grandi dimensioni, che vendono molto bene all’estero, pur mantenendo al 100% la loro produzione originale. Per cui la motivazione addotta dalle aziende indagate è poco sostenibile. Se un vino deve rappresentare il territorio di Montalcino, dev’essere fatto esclusivamente con il sangiovese. Se invece la priorità è fare un vino che si venda bene all’estero, ben vengano i mix con altri vitigni, ma dandogli un nome diverso da brunello. Per esempio, ci sono Doc di ricaduta, quali l’Igt Toscana o il Sant’Antimo, che è una nuova denominazione, per le quali si possono utilizzare i vitigni internazionali, i cosiddetti “migliorativi”.

Voi siete quindi contrari a una riforma del disciplinare?

Certo. Sarebbe meglio, invece, modificare il disciplinare in base alle quantità di uva per ettaro e fare uno studio per capire se il sangiovese da solo possa dare vini o no di grande qualità. Ovvio che lo può fare. Bisogna solo iniziare a produrne meno e a curare la qualità già in vigna. E magari sopperire alle richieste dei consumatori stranieri solo con le tecniche di produzione, come rendere il vino pił dolce per il mercato statunitense.

Di Mariateresa Manuelli
Versione integrale su Food 5 - 2008