Attualità

La partita è sempre più globale

La manifestazione è stata l’occasione per fare il punto sul futuro: a cominciare dal sostegno all’export, soprattutto per le pmi del Mezzogiorno

La partita è sempre più globale
Una premessa. Quando Fiere di Parma e Federalimentare hanno sottoscritto l’accordo con Fiera di Roma per realizzare nella capitale un vero e proprio special event dedicato al made in Italy alimentare, l’obiettivo era chiaro: dotare il sistema fieristico italiano di un nuovo strumento per valorizzare il food & drink di casa nostra sfruttando le enormi potenzialità di una città costantemente sotto i riflettori dei media. In altre parole, la prima edizione capitolina ha preferito configurarsi come un palcoscenico promozionale soprattutto per le pmi del Centro-sud, che stentano ancora a tenere il passo rispetto all’aggregato industriale nazionale. Soprattutto sul fronte delle esportazioni. Basti pensare che, in chiave strutturale, il food & drink system del Mezzogiorno rappresenta per numero di aziende il 40% dell’universo nazionale, ma con un fatturato pari al 21% del giro d’affari complessivo. Occasione clou per tratteggiare lo stato di salute del comparto è stata l’assemblea pubblica di Federalimentare, svoltasi il 13 aprile scorso. Responsabilità, competitività, dialogo sono le tre parole d’ordine scelte da Gian Domenico Auricchio, presidente di Federalimentare per la sua relazione, dietro le quali si cela un ‘cauto ottimismo’, motivato da un 2006 in rimonta sul fronte dell’export, con un +10%, che ha permesso alla produzione di mantenere un tasso espansivo degno di nota, vista l’erosione dei consumi interni, (–0,9%). Nel Paese però permangono ancora delle zone d’ombra sul fronte della competitività. Secondo Roberto Ravazzoni, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia, che ha aperto i lavori dell’assemblea, il principale nodo da sciogliere è legato al nanismo delle imprese e ai suoi effetti collaterali: primo su tutti, la mancanza di un’adeguata propensione all’innovazione di prodotto, ma soprattutto di processo e di sistema. “L’ingrediente cruciale per imporsi all’estero – spiega – è una marca forte, più che una tutela sulla base della provenienza e della qualità: più un prodotto è tipico, più è difficile da vendere al di fuori del luogo originario di consumo. Ben vengano allora gli accordi interaziendali o la creazione di marchi ombrello altamente riconoscibili”.

Di Marta Bommezzadri
Versione integrale su Food 5 - 2007